IL MONTE TEMPIO E LA PIRAMIDE DI GUBBIO

11.02.2014 18:30

articolo degli autori uscito sul mensile Fenix nel novembre 2013

 

Gubbio è sicuramente mio, se il Vecchio del monte non me lo leva! Tramandano le cronache rinascimentali che Braccio da Montone (1368-1424), capitano di ventura, avesse così esclamato mentre irrompeva in Gubbio i primi di marzo del 1419 per saccheggiarla. Tuttavia, come il condottiero aveva temuto, il Vecchio del monte apparve prodigiosamente ad alcuni eugubini fuggiti sull'altura che sovrasta l'abitato, in un luogo chiamato Fonte dell'Avello.

Il misterioso vecchio era Sant'Ubaldo, Patrono di Gubbio, che fu visto dai fuggiaschi tracciare dall'alto sopra la città il segno della croce. Spaventati dalla notizia dell’apparizione, gli invasori al seguito del condottiero si ritirarono e si dispersero nelle campagne rinunciando al saccheggio.

Il vescovo Ubaldo Baldassini era morto in santità, già da due secoli e mezzo, nel 1160, e in seguito il suo corpo era stato traslato in cima al monte dove tuttora giace incorrotto.

Già da giovane Ubaldo aveva dimostrato particolare predilezione per quei luoghi vicini al Cielo, dove l'aria cristallina e rarefatta rende più facile il contatto con Dio. Non a caso il suo corpo fu trasferito lassù nella basilica a lui dedicata, poiché quel monte, il Monte di Sant'Ubaldo, rappresentava un luogo di antica sacralità che lo legava alla città di Gubbio fin dai primordi. L'ascesa rituale che fanno i Ceri, le pesanti macchine di legno portate a spalla dagli eugubini lungo le sue pendici nella festa del 15 maggio, ne è il simbolo più palpitante.

Sebbene la Corsa dei Ceri si svolga in concomitanza con la vigilia della morte del Santo avvenuta il 16 maggio 1160, traspare da essa una ben più antica origine pagana che riecheggia i riti tramandati dalle sette Tavole Eugubine (III – I secolo a.C.).

La parte finale della corsa, la più difficile e pericolosa, si snoda lungo le ripide salite, fino alla basilica di Sant’Ubaldo. Per quale motivo quel monte esercita una così grande attrazione? Quali misteriose energie si sprigionano dalle sue rocce?

 

Il monte di Gubbio

Il Monte di Sant'Ubaldo si erge sopra la città di Gubbio, nascondendo a nordest gli Appennini, e di essa è divenuto il simbolo, poiché già in epoca medievale, la sua immagine effigiava lo stemma del libero comune.

Provenendo da Perugia se ne individua in maniera netta la forma, un triangolo isoscele alle cui falde biancheggiano i conci calcarei degli edifici medievali della città. Oggi è ricoperto da macchie di conifere in seguito al rimboschimento seguito alla seconda guerra mondiale, ma nei tempi antichi il suo aspetto era ben diverso come si può constatare dalle foto scattate dalla fine del XIX secolo fino agli anni Trenta del XX.

A quei tempi era un monte roccioso quasi brullo che in epoca preistorica si elevava su una vasta pianura boscosa non priva di acquitrini.

Una strada sterrata risalente al primo ‘800 e delimitata dai cipressi permette di salirvi agevolmente se non si vuole ricorrere alla più comoda funivia. Lungo il cammino, tre cappelle, le cappellucce della tradizione locale, dividono il percorso in altrettante tappe prima di raggiungere la basilica di Sant'Ubaldo, all'ombra della vetta dove torreggia l’antica rocca medievale.

 

Il quadrato del NIGER REGIN

Una decina di anni fa, grazie alle nostre ricerche, scoprimmo nei pressi della prima cappelluccia un minuscolo quadrato palindromo scolpito nella roccia mai documentato fino allora. Si trattava dell'iscrizione conosciuta in seguito come quadrato palindromo del NIGER REGIN, di certo la più rara iscrizione di questo genere insieme con quella del Sator. Di piccole dimensioni, era formata da cinque righe di cinque lettere ciascuna, disposte in modo da formare un quadrato leggibile sia in un senso sia nell’altro.

Pubblicammo la scoperta sul periodico Hera (n. 43, luglio 2003) e la notizia rimbalzò in tutto il mondo, tanto che molti appassionati di misteri se ne sono da allora interessati senza però spiegare in maniera convincente il suo significato. La conclusione cui pervenimmo già allora fu che il quadrato potesse appartenere a una confraternita segreta di epoca rinascimentale legata alla tradizione templare vicina alla corte di Federico da Montefeltro, Duca di Urbino, nato a Gubbio nel 1422.

Naturalmente tenemmo nascosta l'ubicazione del quadrato magico per preservarlo da possibili atti vandalici, ma questa precauzione, purtroppo, non bastò.

Nonostante le dimensioni ridotte (pochi centimetri quadrati) e la difficoltà a raggiungere il luogo dove era scolpito, qualcuno, in tempi recenti, ha deciso di distruggerlo.

Per le modalità con cui è stato compiuto questo atto, è stata subito chiara l'intenzione di volerlo cancellare per sempre.  Non è bastato infatti distruggere l'iscrizione con una mazza da muratore, ma è stata ricoperta ogni sua traccia con del gesso bianco, per imitare le macchie di licheni dello stesso colore presenti su tutta la parete rocciosa, allo scopo di cancellare,  con il passare degli anni, il ricordo dell'esatta ubicazione del petroglifo. Non può escludersi che qualcuno ben conscio del significato esoterico di quelle cinque righe, abbia voluto operare una sorta di damnatio memoriae, perché il luogo da esse contrassegnato cadesse nell'oblio.

 

Il NIGER REGIN di Puglia

Eravamo convinti già al tempo della scoperta del quadrato magico che ne sarebbero potuti emergere di simili in altri luoghi e la conferma ci è giunta di recente grazie a un opuscolo (Gabriele Tardio, Segni di presenza umana nel Gargano occidentale, Edizioni Smil, San Marco in Lamis 2007) inviatoci da Giovanni Barrella un ricercatore pugliese che contiene la foto delle rovine dell’eremo della Trinità nel territorio dei comuni di San Marco in Lamis e San Nicandro Garganico in cui “…Nelle pietre riusate per realizzare un muro interno c’è una iscrizione con strane lettere in parte scolpite in un verso e in parte scolpite in un altro” (ibidem, pag. 15). Ad un’analisi dell’iscrizione possiamo confermare che si tratta dello stesso palindromo di Gubbio.

Un antico legame mette infatti in relazione la città umbra con la Puglia attraverso Federico II di Svevia (1194-1250), anch’egli sommo iniziato, che per edificare Castel del Monte arruolò squadre di scalpellini di Gubbio. Inutile poi soffermarci sulla presenza nel Gargano della Foresta Umbra.

 

Le grotte sacre

Nell'articolo di Hera ricordammo l'interesse dimostrato verso il monte di Sant'Ubaldo da vari circoli iniziatici e da personaggi misteriosi a partire dal XIX secolo, ma dopo qualche tempo ci accorgemmo di aver dimenticato un aspetto importante, forse preminente, che riguardava l'intero versante del monte che si affaccia sulla città. Si trattava di un'evidenza che avevamo trascurato, come spesso avviene per le cose troppo vicine e troppo grandi.

Durante le nostre esplorazioni sul terreno ci imbattemmo varie cavità, in particolare la Grotta di S. Agnese, anticamente nota con il nome di S. Agata Sub Grotta, e la cosiddetta Grotta delle Merende, che apparvero subito connesse con un culto "betilico", legato cioè alla pietra considerata come ricettacolo della divinità (dall’ebraico Beth-El, casa di Dio), abbinato al culto delle acque alle quali si lega spesso la presenza di una divinità femminile.

Davanti alla Grotta delle Merende, sul lato sinistro del monte osservandolo dalla città, esiste infatti un grande menhir abbattuto in epoca altomedievale ed esorcizzato attraverso l’incisione di una croce potenziata forse da parte anacoreti che lì dimoravano.

Anche la Grotta di Sant’Agnese, sul lato opposto, è stata modificata nella stessa epoca con la costruzione di una barriera che ne occlude la parte più profonda. Sulla destra, vicino al soffitto scoprimmo un canale di scolo che sembra dirigersi verso l’interno della montagna oltre l’occlusione artificiale. Lo stretto ingresso, niente più di un taglio nella roccia, si apre sopra una piattaforma calcarea da cui si diparte una rampa che sale verso il balzo sovrastante. Percorrendolo per una ventina di metri, si raggiunge un viottolo che si snoda in una pietraia e sale fino al balzo, uno spiazzo dal quale si osserva agevolmente la pianura di Gubbio e la città stessa. Proprio qui, ai margini del balzo, rinvenimmo alcune lettere scolpite: RREG, un probabile frammento delle parole NIGER REGIN, che richiamano l’enigma del quadrato magico, trovato a non più di 50 metri di distanza in linea d’aria.

Perlustrando il monte, apparvero tracce di canalizzazioni ricavate nella roccia, realizzate per convogliare le acque che sgorgavano dall'alto verso are e ricettacoli oggi sommersi dalla vegetazione.

 

Il monte-piramide

Dopo queste escursioni, considerato che il versante del monte che si affaccia su Gubbio è inscrivibile in un triangolo isoscele, concludemmo che la forma del monte era stata ottenuta per mezzo dell’intervento umano che aveva operato profonde modificazioni, tali da conferirgli la forma di una ziggurat.

Si trattò di un’opera ciclopica che appare ancora più evidente osservando le foto risalenti al XIX secolo in cui il monte, privo di vegetazione, appare composto di due gradoni che culminano in un pyramidion costituito dalla vetta dove sorge la rocca medievale.

Nell'antichità non esisteva l’inquinamento atmosferico né quello acustico, perciò ogni evento verificatosi sull'altura poteva essere visto e ascoltato anche da notevole distanza. Posso testimoniare che ancora negli anni Cinquanta del XX secolo era facile parlarsi da un monte all'altro o dal monte alla città. A causa della sua posizione era perciò il luogo ideale a ospitare riti e cerimonie cui potevano assistere le comunità che abitavano la pianura eugubina e le alture prospicienti.

Naturalmente non stiamo parlando di civiltà conosciute, a noi relativamente vicine, come quelle degli Umbri, dei Celti o dei Romani, ma di ciò che gli storici e gli archeologi definiscono con vaghezza “substrato preindoeuropeo” cui il mito dà, di volta in volta, nomi suggestivi: pelasgi,  iperborei, atlantidi e via discorrendo. Se il mito, però, assegna ai popoli della nostra preistoria nomi fantasiosi e difficilmente verificabili attraverso le fonti documentali o le evidenze archeologiche, non per questo dobbiamo ritenere che si tratti di pura fantasia. Già il concetto di “popolo” stride con lo stereotipo darwiniano del cavernicolo coperto di pelli, capace di emettere disarticolati grugniti, condannato a trascinare la sua bestiale esistenza in luridi abituri o nelle caverne.

La scoperta nel 1991 del corpo mummificato di Ötzi conservatosi nei ghiacciai del Similaun per cinquemila anni dimostra la presenza nel nostro continente, in epoche remote, di civiltà complesse e raffinate, non dissimili da quelle “storiche”.

E’ perciò nostra convinzione che alcuni circoli iniziatici operanti a Gubbio (e non solo), cui non è difficile pensare avesse dato impulso Federico da Montefeltro, Duca d'Urbino, sommo mecenate e adepto dell’Arte Regia praticata dai Templari, ritrovarono sul Monte Ingino quell’acqua di cui parla Dante nel Canto XI del Paradiso, anche lui, occultamente, cavaliere templare (cfr. Robert L. John, Dante Templare, Hoepli, Milano 1987). Parlo proprio dell’acqua “che discende del colle eletto dal Beato Ubaldo” (Dante, Paradiso XI, 43-44) di valenza sacrale e taumaturgica, che oggi non si capisce esattamente dove si trovi e che viene confusa con le sorgenti del Chiascio che scaturiscono ben lungi di lì. Sorge perciò legittimo il dubbio che l'Alighieri intendesse riferirsi proprio alla Fonte dell'Avello, il luogo dove in seguito sarebbe apparso Sant'Ubaldo agli eugubini fuggiaschi durante la scorreria di Braccio da Montone.

 

Il monte-tempio

Le tracce dell’impianto che aveva trasformato il monte in un grande tempio con lo scopo di rendere fruibile l’acqua che ne sgorgava, erano ben più evidenti nei secoli passati, tanto da suscitare l’interesse di chi sapeva leggere i segni oltre le apparenze.

E’ assai probabile che il quadrato magico del NIGER REGIN, andato ormai irrimediabilmente perduto, facesse riferimento a quel culto.

Ancora nel  XIX secolo si distinguevano, nei pressi della basilica, le tracce di un'ampia conca che costituiva una specie d'impluvium nel quale veniva raccolta l'acqua di una sorgente o addirittura l'acqua piovana che attraverso una rete di canali defluiva verso il basso nella Fonte dell'Avello dov’è ancora visibile una parete rocciosa vagamente rettangolare, forse un'ara dedicata al culto delle acque. Della conca che costituiva l'impluvium emergono ancora oggi, nella parte nord-ovest alcune strutture rocciose che scompaiono sotto la strada costruita nei pressi di un moderno hotel.

Alla base dell'altura, poco sopra la Grotta delle Merende, sul lato sinistro, emergono le tracce di una struttura trapezoidale di grandi dimensioni, forse una rampa, che costituiva uno dei punti di arrivo dell'acqua sacrale che si dipartiva dalla Fonte dell’Avello e che con molta probabilità aveva una sua omologa nella parte destra del monte poco distante dalla prima cappelluccia nei pressi del luogo dove rinvenimmo il quadrato magico del NIGER REGIN.

In questo posto giacciono grandi massi che i terremoti ricorrenti nella zona dell'Eugubino hanno fatto precipitare verso la strada distruggendo, nel 1871, anche la grotta sulla cui parete interna era scolpito il quadrato magico del NIGER REGIN.

 

I costruttori di piramidi

Abbiamo delineato una interpretazione della morfologia del monte che non va intesa come frutto di mera casualità bensì come l'effetto di un intervento umano assai profondo che ha inteso modellarlo alla stregua di una ziggurat, la piramide a gradoni tipica della Mesopotamia, che un popolo sconosciuto assai civilizzato, realizzò molti millenni prima che a quella regione fosse attribuito il nome di Umbria.

E' questa una deduzione che può apparire azzardata ma che invece deriva da accurate misurazioni eseguite con l’ausilio di Vincenzo Ambrogi, di professione medico e docente universitario, ma anche indagatore attento delle antichità eugubine.

Prima però di considerare questi dati, è bene ritornare brevemente sull’origine dello stemma di Gubbio, costituito oggi da cinque monti. Nessuno ha mai compreso la ragione di questa forma, poiché, come ho già anticipato, nel medioevo è documentato soltanto il monte (cfr. Piero Luigi Menichetti, Storia di Gubbio dalle origini all'Unità d'Italia, Vol. I, Peruzzi Editore, Città di Castello 1987, pag. 389), e perché nella realtà a sovrastare la città non sono cinque monti ma uno soltanto.

Dalla sovrapposizione dello stemma operata da Ambrogi su una foto dell'altura, è facile accorgersi che esso si giustappone perfettamente alla forma di questa, costituita da due ampi terrazzamenti che sostengono la cuspide; in tutto cinque sporgenze compresa la cima.

Il triangolo nel quale è iscrivibile la ziggurat ha un'altezza, dalla parte più alta dell'abitato, di 400 metri e l'inclinazione su ambedue i fianchi è identica: 41 gradi. Il primo gradone della ziggurat si sviluppa lungo una linea retta che ospita oggi due boschi, entrambi nei pressi di altrettante cavità. Quello di sinistra sorge sopra la Grotta delle Merende, mentre quello di destra sopra la Grotta di Sant'Agnese, siti entrambi che testimoniano una frequentazione umana ininterrotta fino ad oggi. Il secondo gradone corrisponde all'area dell’impluvium sopra la quale si staglia la vetta del monte e sorge la basilica di Sant'Ubaldo.

 

L’Avello e l’immortalità

Abbiamo iniziato questo viaggio dalla Fonte dell’Avello che sorge nei pressi della seconda cappelluccia quasi al centro del declivio del monte, una specie di umbilicus montis.

Ma che cos'era in realtà l'Avello che ci tramanda la tradizione locale? Un'accezione strettamente etimologica lo accomuna alla parola lavello, come luogo di raccolta della acque, ma una seconda accezione, stavolta letteraria, lo identifica con un sepolcro.

Forse chi s'immergeva nell'acqua sacra dell'Avello otteneva uno speciale potere? L'entrata nella tomba d'acqua poteva alludere a un rito d'incubazione da cui si usciva rinnovati e sanati nel corpo e nello spirito.

Affinché questo rito fosse efficace, era necessario che avvenisse in luoghi precisi, da cui s’irradiano misteriose fonti di energia, attive ancora oggi sul monte di Gubbio.

E' perciò verosimile che un antico popolo, molti millenni prima dell’arrivo degli Umbri, trasformasse il monte in una colossale ziggurat, per segnalare il luogo nel quale entità trascendenti si manifestavano agli uomini, molto prima che altre genti in epoche successive e in regioni diverse, elevassero edifici artificiali di forma analoga.

Nacque forse tra quei monti lo stereotipo cui s'ispirarono le civiltà protostoriche nel realizzare edifici di forma piramidale. E’ infatti sempre più diffusa tra gli studiosi la convinzione che le piramidi fossero macchine per l’immortalità e non meri edifici tombali. Al corpo del sovrano che vi era custodito, veniva assicurata la continuazione della vita in un piano esistenziale superiore.

E la ricerca della trascendenza non è soltanto un fatto recente, come vuole far credere la visione darwiniana dell’evoluzione umana; la scoperta del santuario preistorico di Göbekli Tepe in Turchia, risalente al 9500 a.C. conferma infatti l’esistenza già nel neolitico di un luogo di culto comunitario che testimonia la presenza di una civiltà complessa e di una religiosità radicata.

Una religiosità che perpetuandosi nei millenni ha attraversato anche la storia recente facendo sì che il corpo incorrotto di Sant’Ubaldo, custodito sul monte, ne fosse concreta testimonianza.

Come la mummia del faraone all’interno della piramide garantiva ai mortali un collegamento costante con la trascendenza, allo stesso modo il corpo incorrotto del Santo sul Monte di Gubbio custodisce il varco dell’eternità.

 

Mario Farneti

Bruno Bartoletti